Quante volte sentiamo dire “chiedo giustizia e non vendetta” o viceversa? I due concetti vengono, infatti, spesso abbinati e distinti per l’atteggiamento differente che prevede la richiesta del risarcimento di un torto. Se la giustizia prevede un comportamento “giusto”, come appunto la parola ricorda, e legittimato da un processo, la vendetta presuppone atteggiamenti violenti, verbali e non, che possono anche portare a farsi “giustizia da soli”.

Nella mitologia, però, i due concetti sono riassunti sotto il solo nome di Nemesi (in greco Νέμεσις), la dea comunemente conosciuta come “dea della vendetta” che è anche personificazione del concetto di giustizia.

Rappresentata con un metro, una bilancia e una spada, tale divinità è quella che interviene in favore di chi ha subito un torto e punisce chi ha commesso un delitto contro la comunità. Essa è una figura della mitologia greca, figlia della Notte e dell’Erebo definita “giustizia compensatrice” e “giustizia storica”.

Caratteristiche di Nemesi

Essa è anche definita come il simbolo della “giustizia distributiva” perché soppesa gioie e dolori distribuendole a chi le merita, per premiare o punire per azioni e colpe commesse.

Essa esprime la collera divina contro gli orgogliosi, gli arroganti e i trasgressori della legge e si accompagna all’inseparabile amica Aidòs, ossia il Pudore. Esse sono unite dall’offesa, perché Aidòs trattiene gli uomini dal compierla, mentre Nemesi interviene punendo chi non ha prestato ascolto a Pudore.

Origini del mito

La figura di Nemesi ha avuto origine in Grecia e soprattutto nell’Attica, ma è ben presto diventata un culto anche nell’antica Roma dove è stata innalzata una statua sul Campidoglio a lei dedicata.

L’autore del II sec. d.C. Igino racconta che Zeus, invaghitosi di Nemesi, cerca di conquistarla attraverso vari sotterfugi. Per vincere le sue resistenze, il dio si trasforma addirittura in un cigno e chiede ad Afrodite di trasformarsi per fingere di dargli la caccia. L’espediente funziona, perché Nemesi prova pietà per il cigno in fuga e gli offre protezione, per accorgersi poi troppo tardi dell’inganno.

Un’altra versione, invece, quella di Eratostene, racconta che Nemesi per sfuggire alle offerte amorose di Zeus si trasforma in vari animali, Zeus la insegue trasformandosi sempre in un animale più forte e veloce di lei e non le lascia scampo, finché Nemesi si trasforma in un’oca e Zeus in cigno arrivando a possederla. La dea deposita un uovo che viene che viene trovato da un pastore e consegnato a Leda, la regina di Sparta. Da quell’uovo nascerà poi Elena di Troia, considerata comunemente l’origine della guerra di Troia.

Altre interpretazioni

Il concetto rappresentato da Nemesi viene spesso inteso anche con il significato di “sdegno” e “indignazione”, come dimostrano gli scrittori Omero nell’Odissea e Aristotele nell’Etica Nicomachea. Significa, invece, “vendetta” e “castigo” per scrittori come Erodoto, Claudio Eliano nella Varia historia e Plutarco.

In qualità di divinità dal nome Rhamnusia essa si trova nel terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio, dove la dea viene invocata da un fanciullo per punire l’arroganza di Narciso che non vuole concedersi all’amore. Così Narciso viene condannato a innamorarsi dell’immagine di se stesso che non potrà mai avere

Infine, nella cultura anglosassone moderna Nemesi significa semplicemente “nemico”.