TURCHIA, PEGGIOR PAESE PER I GIORNALISTI: 68 IN CARCERE

TURCHIA, PEGGIOR PAESE PER I GIORNALISTI: 68 IN CARCERE
Fabio Massimo Castaldo EFDD/M5S

Questa discussione cade in un momento molto opportuno, con la recente espulsione dal territorio turco di ben 3 corrispondenti tedeschi dichiarati soggetti indesiderati dal paese. È la conferma di come la Turchia continui probabilmente ad essere il peggior paese al mondo per i giornalisti, con ben 68 di loro in carcere.

La purga erdoganiana non accenna insomma a placarsi e sembra ora accanirsi in particolar modo sui media, rei di mettere in cattiva luce il presidente-sultano. Colpa gravissima, specialmente a poche settimane dalle elezioni locali, già molto complicate a causa della traballante economia. Per non parlare delle altre incredibili e ben note violazioni dei diritti umani.

Quello di Ankara è veramente un caso eccezionale, colleghi. La Turchia continua ad essere un paese candidato all'adesione, nonostante i fatti ci dicano che tutto ciò semplicemente non dovrebbe essere possibile. L'unica piccola consolazione è che questo non avviene a causa di questo Parlamento. In questi anni non facili, la relatrice Kati Piri ha gestito con saggezza un complesso dossier.

Ma voglio ricordare che già nel 2016 noi avevamo chiesto un blocco temporaneo dei negoziati, diventato nel 2017 una richiesta di sospensione formale, posizione che confermeremo magari domani. Ma sono tutte parole vane, perché il pallino resta nelle mani del Consiglio, che in questi anni ha adottato la coraggiosissima scelta politica di non fare assolutamente niente, sperando forse che in qualche modo le cose migliorassero da sole: aspettativa ipocrita, irrealistica e puntualmente disattesa.

Non voglio con questo dire che si debbano totalmente recidere i rapporti con la Turchia, paese che resta ovviamente strategico. Sono però convinto che siano necessarie forme nuove e alternative di dialogo e di cooperazione, che archivino una volta per tutte un processo di adesione che ormai manca di qualunque credibilità e legittimità. Dobbiamo dare un segnale serio e inequivocabile. Avremmo dovuto farlo da tempo, in verità.

È evidente che le strategie attendiste non portano a nulla e non solo utili né a noi né tantomeno alla popolazione turca, che di questa situazione è vittima e che un giorno potrebbe chiedere conto della nostra incapacità di agire in modo deciso e tempestivo.

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