RIGORE AL 90′: SUL COPYRIGHT SI VA AI SUPPLEMENTARI – ControRassegna Blu #22

RIGORE AL 90′: SUL COPYRIGHT SI VA AI SUPPLEMENTARI – ControRassegna Blu #22

Ecco la nuova edizione della Controrassegna Blu, la rassegna stampa di Byoblu: le notizie che i radar dell’informazione mainstream non rilevano.

Buonasera. La tanto temuta riforma del Copyright segna una battuta d’arresto. Il Parlamento Europeo vota contro, rimandando la questione a una discussione in plenaria tra il 10 e il 13 settembre prossimi. Le pressioni della società civile sono servite, comprese le vostre 25 mila firme raccolte in una settimana, che il Movimento 5 Stelle ha portato con sé a Strasburgo. Il nostro grazie va dunque innanzutto a Isabella Adinolfi.


Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Non proprio. La decisione è soltanto rinviata. I più agguerriti? Sembrano essere i cantanti, uno su tutti l’ex Beatles Paul McCartney. “Non vogliamo censurare nessuno“, dicono: “vogliamo solo essere pagati quando le nostre opere vengono utilizzate“.


Un principio comprensibile, al di là di come la si pensi sul diritto d’autore. Ma forse questa riforma andava scritta meglio. Nessuno vuole impedire agli artisti di guadagnare legittimamente dalle loro opere, ma forse si potevano mettere i puntini sulle “i”, invece di scrivere un testo che si prestava ad essere un cavallo di troia contro la libera informazione, attribuendo il diritto a chiunque di censurare preventivamente qualunque cosa possa assomigliare a una violazione del Copyright.


La rete e i grandi editori possono coesistere. Giornali e televisioni onesti e imparziali sono essenziali, così come il libero dibattito in rete è un diritto sacrosanto, esattamente come quello d’autore, perché è uno dei presupposti fondamentali della democrazia stessa.


E allora, visto che adesso ci sono due mesi di tempo per elaborare qualche emendamento, mi permetto di avanzare io, da umile videoblogger con 10 anni di esperienza sul campo, due ipotesi di lavoro.


Se io fossi nel legislatore, coglierei questa grande occasione per introdurre anche in Europa il principio del Fair Use, ovvero dell’utilizzo leale, corretto delle opere dell’ingegno. Si tratta di una legge degli Stati Uniti che regolamenta, sotto alcune condizioni, la facoltà di utilizzare materiale protetto da copyright per scopi d’informazione, critica o insegnamento, senza chiedere l’autorizzazione scritta a chi detiene i diritti. Per esempio, deve sempre essere possibile utilizzare brevi spezzoni tratti dai dibattiti televisivi – mettiamo 30 secondi – per mostrarli e commentarli in rete. Nessuno ci perde, la democrazia ci guadagna.


In secondo luogo, bisogna riconoscere la grande utilità dei contenuti prodotti dagli utenti, in rete, che sono il vero motore, l’anima di internet, e conferire loro il rispetto e le stesse possibilità che hanno i grandi media. Se per esempio si vuole introdurre il concetto che ogni utilizzo di un’opera protetta debba essere accompagnato da una licenza, allora deve essere stabilito per legge che le piattaforme (Youtube, Facebook…) implementino un’interfaccia per consentire agli utenti di acquisire in maniera rapida, efficace quei diritti. Ad esempio, se io volessi mettere un brano di Paul McCartney sotto a un servizio, devo poter acquisire – pagando – la licenza esattamente come farebbe la Rai, e non essere vessato da rapporti di forza squilibrati che finiscono sempre per schiacciare gli utenti e per favorire i grandi.


Se consideriamo la rete un grande motore della conoscenza condivisa, allora portiamola a un livello superiore e aiutiamola ad esprimersi. Se davvero l’intento non è di censurare nessuno, allora dobbiamo consentire a tutti di acquisire le licenze alle stesse, medesime condizioni.


Sono solo due proposte: “Fair Use” e mercato delle licenze aperto a tutti. Discutiamole insieme e poi, magari, suggeriamole alla politica, nella speranza di fornire utili spunti.


Intanto, restando in tema di rapporti di forza, guardate cosa è successo a Pandora Tv, di Giulietto Chiesa [ndr: servizio nel video]


Il neo Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, ai microfoni di Defense News, ha detto che l’ordine dei caccia F-35 non verrà tagliato. Per la precisione, ha detto che verrà valutato, «considerando i vantaggi industriali e tecnologici per l’interesse nazionale». Un bello smacco per il Movimento 5 Stelle, che aveva fatto della cancellazione del programma degli F-35 un vero e proprio cavallo di battaglia, tanto che lo stop all’acquisto, definito “inutile e costoso”, era previsto anche nel programma di Governo. Lanciato nel 1994 dagli Stati Uniti, il progetto F-35 coinvolge altri otto paesi. L’Italia è il secondo partner internazionale dopo il Regno Unito, e contribuisce per il 4,1% alle fasi di progettazione e sviluppo. Un ruolo non proprio da leader, visto che non può avere accesso alle tecnologie militari più avanzate. Quelle sono riservate a Rambo. Intorno agli F-35 gira un business da 1500 miliardi di dollari, ma perfino negli USA le critiche non mancano. Nel rapporto annuale del 2017, il Pentagono ha infatti riscontrato molti problemi tecnici nel sistema informatico e nella visuale del pilota. A noi costerà “solo” 13 miliardi e mezzo, e se nel 2014 la Camera dei Deputati aveva approvato una mozione per dimezzarne il budget, il Governo a trazione Pd ha sempre fatto orecchio da mercante. Ce li dovremo tenere anche con quello giallo-verde? Per ora, sembrerebbe di sì. Certo, essere salvati dalle grinfie della Merkel non ha prezzo (ricordate lo spread che si impenna quando al Quirinale sale Cottarelli?), quindi adesso negare qualche F-35 all’amico Trump sarebbe proprio da pezzenti. E se l’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra… Beh, ohhh: in Italia abbiamo così tanta democrazia: perché non esportarne un po’?

In Europa è “allarme sovranista”, ma intanto è solo il caos a regnare sovrano. L’Unione Europea è ridotta all’indecoroso spettacolo di Paesi che litigano e si minacciano l’uno con l’altro, che si smentiscono a vicenda e che si chiudono in faccia le frontiere. In seguito alla crisi di governo tra la Merkel e il suo ministro dell’Interno Seehofer, in Germania si è giunti alla conclusione che tutti i clandestini saranno rispediti in appositi “centri” al confine sud, dove già è stato ripristinato il corpo delle guardie di frontiera per evitare ingressi dall’Austria. Austria che ha immediatamente reagito dichiarando che chiuderà anch’essa il confine meridionale, ovvero il Brennero, suscitando la risposta indignata del nostro ministro Moavero Milanesi: “L’Austria se ne prende la responsabilità”. Ma Germania e Austria sono solo gli ultimi a sbarrare le frontiere: il primo è stato il solito Macron. Ormai già da giorni, infatti, chi deve passare la frontiera a Ventimiglia verso la Francia è costretto a sottoporsi a file estenuanti di chilometri per il controllo documenti e veicoli, come racconta Repubblica. Schengen, insomma, si avvia alla sua fine. La prossima vittima designata? Probabilmente Maastricht…

Era dall’ormai lontano 16 marzo che su Twitter non si aveva notizia di Tito Boeri, l’economista bocconiano che Renzi ha messo a capo dell’Inps. Poi il 4 di luglio, forse sentendo il richiamo della festa dell’indipendenza, ha infilato un tweet dietro l’altro per un totale di ben diciannove, in poche ore. Gli argomenti? Praticamente tutti: dagli immigrati alle badanti, dai giovani che se ne vanno ai pensionati, dai parlamentari ai sindacalisti, dalla povertà ai tumori, dal salario minimo ai voucher, in uno sfoggio di sapienza pensionistica che ha imperversato sui social. Probabilmente si è trattato di una diretta collegata alla relazione annuale tenuta proprio ieri mattina, fatto sta che le sue teorie sulle “percezioni sbagliate” della realtà che avrebbero gli italiani, o sul governo “che pensa troppo agli anziani”, o il sempreverde “i lavori che i giovani non vogliono più fare”, hanno causato un vero terremoto. Critiche a non finire, e soprattutto richieste di rimozione di un presidente INPS sospettato da molti di essere “di parte”. Voci informate sostengono che Boeri stia per andarsene di sua spontanea volontà: sarà vero? Chissà. Certo è che ieri, di categorie di cittadini, ne ha fatte arrabbiare parecchie.

Si parla moltissimo, ultimamente, del Niger, crocevia di migrazioni e zona calda tra missioni militari inglesi, francesi e italiane. Ma cosa sappiamo davvero del Niger, Paese misconosciuto alle cronache anche perché da laggiù arrivano pochi migranti? Il Paese è il più povero del mondo, al 188mo posto nell’Indice dello Sviluppo Umano, e si contende il triste primato con la Repubblica Centrafricana. Ma ad essere povera è solo la popolazione, perché il Niger è il quarto produttore di uranio del mondo: il prezioso minerale è estratto da società straniere tra le quali la fa da padrone la Areva, leader mondiale del nucleare e controllata dallo Stato francese. L’industria dell’uranio ha pesanti ricadute ambientali, e condiziona interamente la politica e la vita del Niger. Basti pensare che i giornali denunciano versamenti occulti al governo di centinaia di milioni di euro su conti correnti di Dubai, mentre nel Paese dell’uranio l’80 per cento della popolazione non ha neppure la corrente elettrica. Questa è Africa Occidentale, e questo è ancora l’approccio di certi occidentali all’Africa: sfruttamento e corruzione. Quando si parlerà, invece, di sviluppo autonomo del continente?

Industrie robotizzate, auto che si guidano da sole, frigoriferi “intelligenti”. Tutti i campi del lavoro umano vengono esplorati dalle sperimentazioni sulla robotica e le intelligenze artificiali. L’ultima, inaspettata novità arriva dal settore delle costruzioni: negli Stati Uniti la “Fast Brick Robotics” sta sperimentando il robot muratore, che non solo costruisce con estrema rapidità un qualunque edificio partendo da un modello computerizzato, ma lo fa anche stampandosi da solo i mattoni in 3D. Per il momento, come noterebbe un qualsiasi capomastro, costruisce “a secco”: ma tra non molto sarà in grado di completare l’opera a regola d’arte. Nel frattempo, a San Francisco apre il primo fast food dove gli hamburger sono prodotti interamente da robot. Costano 6 dollari l’uno, però Henry Ford si chiederebbe: a chi li venderanno, quando nessun umano avrà più uno stipendio perché è stato rimpiazzato da robot?

Per finire, due buone notizie.
Ricordate l’ingiusta fatturazione a 28 giorni delle bollette telefoniche, che ci salassava come in un eterno febbraio? Nel giugno 2017 la AgCom aveva già messo uno stop a tale furberia, ma appena due giorni fa ha sollecitato le compagnie a restituire ai clienti tutti i soldi illegittimamente fatturati dallo scorso giugno in poi. Arriveranno entro dicembre, anche a chi ha cambiato compagnia.
La seconda buona notizia riguarda i nostri tesori più cari: tremila pezzi archeologici siciliani, per il valore di 20 milioni di euro, sono stati recuperati dai Carabinieri, che hanno sgominato una banda internazionale di trafficanti di reperti. 23 arresti in 4 Paesi europei, fine del saccheggio, e i nostri tesori tornati a casa. Bravi!

Aggiunti di recente