Politico – Quel che Trump dovrebbe conoscere della storia della Corea del Nord

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Politico – Quel che Trump dovrebbe conoscere della storia della Corea del Nord

Lungi dall’essere governata da un folle irrazionale, nella recente crisi con gli USA la Corea del Nord non fa altro che continuare a perseguire il suo obiettivo principale: la riunificazione delle due Coree e la fine dei “principi di governo” che da secoli sottomettono la penisola agli equilibri tra le potenze straniere. Un obiettivo strumentale alla dinastia Kim per mettere in secondo piano i propri fallimenti economici, e irrealizzabile perché nessuna tra le grandi potenze nel resto del mondo e in Asia, nemmeno la Corea del Sud, lo vuole. Tuttavia, la via di uscita non è la guerra o il cambio di regime, che innescherebbero esiti imprevedibili, né un illusorio accordo di disarmo nucleare della Corea del Nord, ma consiste nell’incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione che caratterizza la penisola dal secondo dopoguerra, aiutandoli assieme alla Cina ad aver successo dentro di esso. Da Politico.

di Sheila Miyoshi Jager*, 09/08/2017

Se fino ad ora non fosse stato ufficiale, la Corea del Nord oggi è la più grande crisi di politica estera che l’amministrazione Trump sta affrontando. “La Corea del Nord farebbe meglio a non minacciare ulteriormente gli Stati Uniti. Sperimenteranno fuoco e furia come il mondo non ne ha mai viste“, ha detto martedì il presidente Donald Trump durante un incontro sulla dipendenza dagli oppioidi, al suo campo da golf a Bedminster, New Jersey. Il regime di Pyongyang ha risposto con un’altra minaccia delle sue, dicendo che il suo esercito “sta esaminando il piano operativo” per un attacco missilistico nei pressi del territorio statunitense di Guam. Mentre il regime di Pyongyang continua a sfidare le sanzioni internazionali e persevera con i suoi test missilistici, nella penisola il problema della guerra e della pace diventa sempre più urgente. Gli Stati Uniti dovrebbero rischiare la guerra con la Corea del Nord, che in ultima analisi potrebbe portare a una guerra e un caos ancora maggiori nella regione? Dovrebbero perseguire una pace che mantenga intatto un regime dittatoriale, da combattere un altro giorno? Gli analisti, gli esperti e gli osservatori della Corea del Nord a Washington hanno girato intorno a questi punti negli ultimi 15 anni. L’escalation di ieri ci ha scosso dall’impressione che la questione potrebbe andare avanti indefinitamente, irrisolta.

Cosa vuole veramente il Nord? E come può Trump affrontare un leader apparentemente così irrazionale? Molti degli odierni commentatori della Corea del Nord possono essere suddivisi in tre campi principali: i Sostenitori del Cambio di Regime, che vogliono sbarazzarsi di Kim; i Grandi Contrattatori, che vogliono un trattato di pace in cambio della denuclearizzazione; e gli Incoraggiatori della Cina, che vogliono che la Cina si assuma il ruolo principale nello spingere la Corea del Nord verso un accordo. Ma tutte e tre le posizioni ignorano qualcosa di importante: una visione di lunga durata della storia della Corea del Nord che comprenda la posizione dei coreani nel mondo e il punto di vista del regime del Nord. Questo passato, rispetto al momento presente, può fornire una finestra più appropriata per comprendere la nostra attuale difficile situazione con la Corea del Nord, e se Trump o i suoi consiglieri non stanno considerando la Corea nel lungo periodo, sono destinati ad unirsi all’interminabile lista di leader che, non comprendendola, l’hanno pericolosamente offesa.

L’abbreviazione moderna per la Corea del Nord è il “regno eremita”, ma questo non è un capriccio della famiglia Kim: la Corea si è tagliata fuori dal mondo e l’isolamento è diventato il principio cardinale della sua politica estera durante l’anno 1637. Quella data segna la fine delle invasioni Manchu dalla Cina, l’ultima di una serie di catastrofiche guerre straniere nella penisola. Nel 1254, ad esempio, i mongoli massacrarono 200.000 uomini, donne e bambini coreani, poiché si erano imbarcati nella loro politica di fare terra bruciata col fine di rendere la Corea uno stato tributario. Una catastrofe ancora peggiore arrivò dal Giappone alla fine del XVI secolo, quando quasi due milioni di coreani, uno sconcertante 20% dell’intera popolazione, perirono nel tentativo di fermare la campagna giapponese di sottomissione della penisola coreana. I coreani riuscirono a battere i giapponesi, ma solo pochi decenni dopo, furono costretti a sottomettersi alla dinastia cinese Qing, che ha imposto il proprio sistema diplomatico alla nazione coreana. In cambio della protezione militare dei Qing, il re coreano si sottomise al principio di governo del “Servire il Grande”, per cui, come Stato tributario, abbandonava il controllo della politica estera del suo paese. Il sistema si rivelò notevolmente stabile: la pace ha regnato sulla penisola coreana per i successivi due secoli e mezzo.

Ma l’antico ordine mondiale confuciano cominciò a sgretolarsi alla fine del XIX secolo sotto la pressione delle cannoniere giapponesi e dell’espansione russa. I grandi vicini della Corea cercavano di neutralizzare la minaccia posta dalle altre grandi potenze, assicurandosi il predominio sulla penisola. La risposta della Corea fu di iniziare il pericoloso gioco di metterle l’una contro l’altra. Il gioco intensificò soltanto la reciproca diffidenza e la belligeranza tra le tre potenze che circondano la Corea: la Cina, il Giappone e la Russia. La paura era che, in ogni momento, la Corea avrebbe potuto minare la posizione di una potenza allineandosi con un’altra. Ne seguirono due grandi guerre, la prima guerra sino-giapponese e la guerra russo-giapponese. La “soluzione definitiva” del problema coreano del Giappone – l’eliminazione dell’indipendenza del paese, mettendo la penisola saldamente sotto il controllo giapponese – fu sancita con l’approvazione di una nuova potenza in ascesa: quella del presidente Theodore Roosevelt, gli Stati Uniti d’America.

La Corea moderna è il prodotto dell’ultimo grande scontro tra potenze sulla penisola: la guerra coreana. Dopo la seconda guerra mondiale, i leader sovietici e americani hanno accettato di dividere la penisola lungo il 38° parallelo, nella speranza che le due grandi potenze potessero giungere a degli accordi sulla penisola e garantire così una pace praticabile. Questo non avvenne, e ne seguì un’altra guerra. Ma dopo il 1953 l’incerta tregua ha retto. Così la Corea ha sofferto tre basilari “principi di governo” imposti da potenze esterne per assicurare la stabilità della penisola: il principio del “Servire il Grande” sotto i Qing, l’annessione diretta della Corea da parte del Giappone e la divisione della penisola tra gli americani e i sovietici. Sebbene nessuno di questi principi di governo fosse ritenuto soddisfacente dal punto di vista dei coreani, in ogni caso, non avevano altra scelta che accettarli.

Il sistema della divisione, legato alla guerra fredda, si è rivelato notevolmente stabile, con un problema fondamentale: ha funzionato molto meglio per il Sud che per il Nord. I coreani del sud hanno prosperato sotto un sistema che garantiva la sicurezza della nazione e la presenza militare degli Stati Uniti come scudo protettivo contro le tre grandi potenze asiatiche e contro le intenzioni aggressive della Corea del Nord. Questo è uno dei motivi per cui nel 1976 il piano del presidente Jimmy Carter per il ritiro delle truppe statunitensi dalla penisola trovò la ferma opposizione di tutti, anche dell’Unione Sovietica e della Cina. Pechino, paranoica sulla minaccia sovietica, vedeva la rimozione delle forze americane come una lusinga ai sovietici perché riaffermassero i loro interessi di lunga data sulla penisola. I sovietici volevano una continua presenza americana in Corea del Sud per impedire a Kim Il Sung di iniziare un’altra guerra.

La Corea del Nord, però, non se l’è passata bene sotto il sistema della divisione, per una serie di ragioni politiche ed economiche. Il sistema che ha assicurato una pace praticabile al resto dell’Asia e ha portato prosperità alla Corea del Sud è da lungo tempo considerato dai coreani del nord come il principale impedimento alla realizzazione del destino della loro nazione: l’unificazione della penisola. Da qui, l’interminabile impegno rivoluzionario della Corea del Nord per raggiungere la “vittoria finale” della nazione: una guerra per l’unificazione della patria e la fine dei “termini di pace” imposti dalla divisione.

Sembra strano, ma vederla a questo modo è rendersi conto che l’interruzione della pace è stata l’obiettivo strategico principale della Corea del Nord dal 1950, quando ha invaso la Corea del Sud. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Kim Il Sung ha avviato una serie di azioni provocatorie contro la Corea del Sud e gli Stati Uniti in un disperato tentativo di incoraggiare una rivoluzione sudcoreana, forzare il ritiro delle truppe americane e raggiungere la riunificazione sotto il suo controllo. I lanci di prova dei missili balistici intercontinentali da parte di Kim Jong Un sono perciò semplicemente un’estensione teatrale di una strategia tutt’ora in corso per portare il caos in un sistema contro cui la Corea del Nord ha inveito per decenni.

Non tutti gli esperti della Corea del Nord vedono l’unificazione come obiettivo primario del regime dei Kim, ma è uno che gli stessi coreani del nord si sono costantemente dati come obiettivo principale. Quello che il regime vuole e ha sempre voluto è un trattato di pace con gli Stati Uniti: un grande accordo che porterebbe all’eventuale ritiro delle truppe americane dalla penisola coreana e che potrebbe essere visto come un vero passo verso tale obiettivo. “Se le truppe statunitensi si allontanano dalla Corea del Sud e una figura democratica con coscienza nazionale arriva al potere“, ha dichiarato Kim Il Sung durante un discorso nel 1970, “garantiremo fermamente una pace duratura in Corea e risolveremo con successo la questione della riunificazione della Corea tra noi coreani“. La retorica del regime di Kim Jong Un non è diversa, quando il 28 luglio ha annunciato il test missilistico con una promessa di “ottenere la vittoria finale”. La” vittoria finale” nella propaganda nord-coreana oggi significa la stessa cosa che significava quando Kim Il Sung usò l’espressione alla fine degli anni ’40: l’unificazione in una sola Corea.

E così lo scontro continuerà. Il regime nordcoreano non sarà mai indotto a barattare le sue armi nucleari, la sua unica merce di scambio. Né sarà represso dalle minacce di un attacco militare o da pressioni economiche da parte di Pechino. L’idea è sempre stata quella di liberarsi dal giogo dei “principi di governo” delle grandi potenze – tutte – per raggiungere la riunificazione e l’indipendenza della Corea ai propri termini.

Il problema è che è nell’interesse del resto del mondo mantenere lo status quo: la divisione ha un record di stabilità di 70 anni, e uscirne mette a rischio destabilizzazione la penisola nei termini in cui i critici del piano di ritiro del presidente Carter si espressero 40 anni fa. Anche la Corea del Sud non ha alcun interesse reale nel riunirsi. E la denuclearizzazione della Corea del Nord con la forza – con i bombardamenti o il cambiamento del regime – innescherebbe la guerra su una penisola densamente popolata, le cui conseguenze sarebbero inconoscibili, e terrificanti.

Nonostante la posizione ideologica della Corea del Nord, il suo problema contemporaneo non è realmente l’influenza delle grandi potenze: la nazione ha perfino prosperato per un certo tempo come stato cliente dell’Unione Sovietica. Il problema è quanto se l’è passata male nel sistema della divisione, un imbarazzo che costringe il regime a gettare colpe ovunque e a dirigere la sua energia verso obiettivi irraggiungibili e una retorica selvaggia sulla sconfitta degli Stati Uniti. Il mantenimento del sistema della divisione dovrebbe essere il nostro obiettivo dichiarato in modo chiaro, e il modo più sereno per raggiungerlo è quello di lavorare con i cinesi nell’incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione e aiutarli ad aver successo dentro di esso. Non è impensabile: l’economia della Corea del Nord, con il tacito incoraggiamento della Cina, sta crescendo.

Per gli Stati Uniti, questo significa continuare a dimostrare il nostro costante impegno per la difesa della Corea del Sud, costruendo sistemi difensivi americani e sudcoreani, incluso la schieramento dei quattro elementi THAAD rimanenti in Corea del Sud. Purtroppo, la Corea del Nord è già uno stato nucleare e la prospettiva più ragionevole non è un disarmo violento, o un accordo illusorio, ma un allentamento delle sanzioni – sì, anche per un regime odioso – e il supporto alla guida della Cina nel riportare la Corea del Nord nella famiglia delle nazioni come parte di un paese diviso.

*Sheila Miyoshi Jager è professoressa di storia e studi est asiatici all’università di Oberlin e autrice di “Fratelli in guerra: il conflitto ininterrotto in Corea”.

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