Il cittadino medio e “Il settore della Difesa come volano di crescita”

Il cittadino medio e “Il settore della Difesa come volano di crescita”

Per conoscere quali siano le linee guida della politica italiana della Difesa, al cittadino medio è sufficiente soffermarsi sui passaggi più significativi della prolusione tenuta l’11 aprile scorso nella Capitale dal Ministro Elisabetta Trenta in occasione del convegno “Il settore della Difesa come volano di crescita”.


“A livello europeo , emerge … lo sforzo per favorire lo sviluppo di capacità militari … stimolando Paesi e aziende a fare massa critica, capitalizzando soprattutto sugli strumenti recentemente introdotti , come ad esempio la Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO). Questo insieme di novità delinea un quadro sostanzialmente nuovo che profila opportunità – ma anche rischi – che saremo in grado di valorizzare solo se coglieremo la portata dei cambiamenti in atto e saremo in grado di lavorare, con un approccio sinergico e sistemico, per favorire una nuova fase di sviluppo e innovazione tecnologica per l’Industria della Difesa che consolidi le capacità nazionali – concorrendo al processo di ammodernamento delle Forze Armate - e, al tempo stesso, rappresenti un’ulteriore opportunità di sviluppo per il Paese, sotto il profilo economico, industriale e dell’occupazione”.


Solo dopo la lettura di questi alati ma nebulosi concetti al cittadino medio appaiono chiare le motivazioni che hanno portato sia all’ulteriore decurtazione di 500 milioni di euro dallo striminzito bilancio della Difesa, sia alla sindacalizzazione dei sottopagati “lavoratori” delle Forze Armate, sia alla rinnovata attenzione riservata a quell’uranio impoverito che non ha mai varcato i confini dei nostri poligoni militari (prova ne sia il fatto cha MAI ALCUNA COMMISSIONE ha rilevato all’interno dei poligoni tracce di radiazioni di qualsiasi origine, missili Milan compresi, a meno di quella naturale).


Altrettanto chiare le motivazioni che hanno costretto a sacrificare la disponibilità di carburanti e munizioni per il mantenimento di una capacità operativa credibile, la manutenzione dei mezzi e l’aggiornamento dei sistemi d’arma; priorità soppiantate tutte dall’attività di controllo dei campi rom, asfaltature strade, vigilanza sulle discariche e compiti di ordine pubblico. Una politica – condotta peraltro in piena sinergia e armonia con gli Stati Maggiori, come puntualizzato dal capo di Stato Maggiore della Difesa generale Vecciarelli – che inevitabilmente comporta qualche “sacrificio”: a cominciare dal fatto che molti operatori di sistemi d’arma si siano addestrati solo sui libri e senza aver mai “sparato” un missile anti-carro, a finire nella ben più preoccupante ininfluenza e inesistenza politico-militare italiana nel teatro libico.


Che sotto l’aspetto energetico l’Italia dipenda, più di chiunque altro, dalla Libia (che per di più è capolinea di partenza di quell’invasione migratoria che da anni contribuisce a mettere in crisi le esangui risorse finanziarie del Paese) suscita tuttavia nell’italiano medio qualche paura, cui si sommano le perplessità dovute al fatto che il nostro presidente del Consiglio nella crisi libica non è andato oltre gli “auspici di pace” e abbia esaurito la sua azione in un evanescente contatto con un “emissario del generale Haftar”. Allo stato dei fatti la nostra credibilità politico-militare si è concretizzata esclusivamente nel precipitoso sgombero dei 120 tecnici dell’ENI che operavano laggiù, in quella “nostra” Libia abbandonata ora all’influenza francese.


E così, almeno per quanto concerne il peso politico-militare dell’Italia nel vitale scacchiere africano, al cittadino medio non resta che tornare all’immagine che in questi giorni simboleggia la grandezza dell’italica civiltà e della romana tradizione cristiana: Francesco Bergoglio che si prostra, nonostante i noti problemi alla colonna vertebrale, a baciare i piedi e le scarpe dei leader del Sud Sudan, altra area di alimentazione di emigrazione clandestina con obiettivo Italia-Europa.


Comprensibile, sic stanti bus rebus, che il cittadino medio possa dissentire con fermezza dall’assunto che un “Settore della Difesa come volano di crescita” così impostato possa concretizzarsi in “un’ulteriore opportunità di sviluppo per il Paese, sotto il profilo economico, industriale e dell’occupazione”.


Gen. Nicolò Manca (già comandante della “Sassari”)


Foto: ministero della Difesa / presidenza del consiglio dei ministri

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