Global Research – La crisi europea degli immigrati sta distruggendo la Svezia

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Global Research – La crisi europea degli immigrati sta distruggendo la Svezia
  1. Come riporta Global Research, la crisi dell’immigrazione di massa in Europa sta mettendo alla corda i Paesi europei, a partire da chi – come la Svezia – ha accolto troppe persone. Gli studi più recenti rivelano che, perché gli immigrati vengano integrati nel tessuto produttivo di un Paese, occorrono dai cinque ai quindici anni. Un peso enorme che va a gravare sulle economie di Paesi già penalizzati dall’assurda austerità euro-indotta.

 


 


3 luglio 2017


 


 


Nel 2015, al culmine della crisi dei rifugiati, la Svezia ha accolto più immigrati per abitante di ogni altra nazione europea.


 


Ma poi il 7 aprile di quest’anno c’è stato un attacco terroristico, in cui un Uzbeco – a cui era stata respinta la richiesta di asilo – ha rubato e guidato un camion per il trasporto della birra contro una folla di cittadini che facevano acquisti. Il risultato: quattro persone uccise e altre 15 ferite. La Svezia ha da allora cambiato rapidamente la sua politica sui rifugiati, a causa dei crescenti problemi sociali interni.

Armstrong Economics ha potuto mettere gli occhi su un rapporto svedese trapelato, che arriva alla conclusione che la crisi dei rifugiati sta ormai dilaniando l’Europa. Il report rivela che il numero di aree ormai fuori dal controllo della legge nella sola Svezia ha raggiunto 61, in aumento rispetto alle 55 dello scorso anno.


 


L’articolo “La Svezia sull’orlo della crisi di legalità” dice:


 


“Il commissario nazionale della polizia svedese, Dan Eliasson, ha parlato alla televisione nazionale, chiedendo aiuto. Ha messo tutti in guardia perché le forze di polizia svedesi non riescono più a far rispettare la legge. I rifugiati sono talmente privi di rispetto che, se dovessero essere tagliati i soldi che vengono loro elargiti in cambio di nulla, la Svezia si ritroverebbe rapidamente nel caos totale. I rifugiati diventerebbero violenti e andrebbero a cercare tutto il possibile da altre parti. Quando la polizia si esprime così chiaramente e chiede aiuto, è evidente che c’è qualcosa di grosso che non va”.


 


Appena due mesi fa Magnus Ranstorp, il direttore delle ricerche sul terrorismo all’Università della difesa svedese, ha dichiarato che circa 12.000 persone a cui è stato rifiutato lo status di rifugiati sono sparite nel nulla. Ranstorp spiega quali sono le conseguenze del rifiutare l’asilo a coloro che lo richiedono, e quali implicazioni questo abbia per le leggi stesse –


 


“Dal momento che abbiamo una marea di gente che è arrivata, ma che non avrà il diritto di rimanere, questa cosa implica già che si verrà a creare un gruppo di persone che cercheranno di eludere le autorità. Diventeranno una popolazione – ombra, senza diritti. E questo alimenterà l’estremismo in molte direzioni diverse.”


 


Ci sono già 150 siriani che sono tornati in Siria dalla Svezia, hanno combattuto e poi sono ritornati in Svezia. Dice Ranstorp:


 


“Gli estremisti in Svezia non incontrano resistenza. Il problema non è che i servizi di sicurezza o la polizia non stiano facendo il loro dovere. La ragione è che le leggi antiterrorismo sono difficili da applicare. [Per far condannare una persona] occorre in realtà provare che un crimine violento è stato commesso o sta per essere commesso. Non basta che sia appartenente all’ISIS”.


 


Più tardi, nel giugno 2016, la Svezia ha reso più dure le regole per gli immigrati richiedenti asilo, limitando coloro che possono chiedere una residenza permanente e rendendo più difficile il ricongiungimento dei genitori con i loro figli. Prima ancora la Svezia aveva introdotto controlli ai confini con i Paesi vicini per la prima volta negli ultimi 20 anni, chiedendo alla polizia di monitorare i treni e di rimandare indietro chi era privo di documenti validi. Secondo il sistema precedente, i richiedenti asilo potevano entrare liberamente nel Paese, indipendentemente dal possesso dei necessari documenti, come un passaporto.


 


Nel febbraio di quest’anno la BBC ha dato la notizia che la polizia svedese aveva avviato un’investigazione dopo che era scoppiata una rivolta in una periferia abitata in prevalenza da immigrati nella capitale, Stoccolma. I rivoltosi, alcuni dei quali avevano il volto coperto, hanno lanciato sassi, hanno incendiato automobili e saccheggiato negozi. Un poliziotto ha sparato ai rivoltosi che tiravano sassi contro la polizia. I disordini nella periferia Rinkeby sono scoppiati quando la polizia ha cercato di arrestare un sospettato di traffico di droga.

 


Le cose non vanno meglio in molte altre parti dell’Europa, comunque. Giù al Sud, come riporta l’Independent:


 


“L’Italia ha minacciato di chiudere I porti alle navi umanitarie che raccolgono i rifugiati, avendo raggiunto un “punto di saturazione”.


 


Il provvedimento è avvenuto nel pieno della rabbia per l’assenza di aiuto da parte dell’Europa nel momento in cui ospita 200.000 richiedenti asilo.

In Francia i discorsi favorevoli agli immigrati di Emmanuel Macron erano una cosa, ma la realtà è stata tutt’altra, mentre la crisi si intensifica. Gerard Collomb, il ministro dell’Interno di Macron, ha autorizzato il trasferimento di tre squadroni di polizia aggiuntivi nella regione di Calais. In un’intervista del 10 giugno sul Le Parisien, Collomb ha dichiarato che:

“La nostra priorità è che Calais e Dunkirk non rimangano luoghi di stazionamento e che non si ricostituiscano le ‘giungle'”.

OpenDemocracy descrive le condizioni di squallore, sporcizia e miseria dei campi profughi in Grecia, mentre i Paesi del mediterraneo, inclusa la Spagna, registrano un record di arrivo di immigrati. L’agenzia di migrazione delle Nazioni Unite ha reso noto che 8.863 immigrati sono stati salvati mentre cercavano di arrivare dalle coste della Libia tra il 24 e il 27 di giugno, mentre secondo un altro rapporto ce ne sono stati altri 10.000 in arrivo in soli tre giorni dell’ultima settimana di giugno.

Guardando all’Europa dell’Est, circa 13.000 immigrati sono ancora bloccati in Bulgaria, il paese più povero dell’Unione Europea. Nel tentativo di evitare attraversamenti illegali, il paese ha costruito una rete di protezione alle sue frontiere con la Turchia e ha rinforzato i controlli ai confini dopo che alcuni migranti rivoltosi si erano scontrati con la polizia. L’Ungaria e la Polonia si sono rifiutate di accogliere qualsiasi rifugiato sfidando davanti alla più alta corte UE le richieste di Bruxelles.

Secondo un sondaggio del British Social Attitudes (BSA)  pubblicato la scorsa settimana, la Brexit è stata il risultato dei timori diffusi riguardo al numero di persone che giungono in UK. La crisi dei rifugiati e degli immigrati dall’Europa ha finito col provocare il più grande scossone della storia moderna nel Regno Unito, e minaccia l’esistenza del progetto UE.

Per difendersi, la Ue sta ora spendendo decine di milioni nel tentativo di fermare gli immigrati e i rifugiati che lasciano la Libia. L’attuale guerra civile, causata dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla NATO, ha mandato in rovina il paese un tempo più prospero di tutta l’Africa. Ormai sono all’ordine del giorno resoconti di torture, violenze sessuali e uccisioni tra gli emigrati, che definiscono la situazione “l’inferno in terra”.

Una ricerca del gruppo americano Refugees International (RI) ha avvertito che il tentativo della UE di impedire alle barche di lasciare le coste della Libia – ormai il punto di partenza più utilizzato per dirigersi in Europa – potrebbe alimentare orribili abusi.

In pratica, la dicotomia è questa. L’Europa sta affrontando un grave calo nel tasso di nascite, e quindi ha bisogno dell’immigrazione per aumentare la popolazione in età da lavoro e aiutare la crescita. Gli immigrati che arrivano in queste circostanze non sono però abbastanza istruiti o non sanno parlare le varie lingue dell’UE, il che li rende nell’83% dei casi non impiegabili per almeno 5 – 10 anni secondo le più recenti statistiche della Germania, il Paese che ha accolto il più alto numero di immigrati/rifugiati negli ultimi anni.

Herbert Brucker dell’Istituto IAB per le ricerche sull’occupazione ha dichiarato che l’esperienza mostra che circa il 50% degli immigrati tende a trovare un lavoro solo dopo aver vissuto in Germania per cinque anni, la percentuale sale al 60% dopo 10 anni e al 70% dopo 15 anni.

Si tratta di un carico enorme per le economie dei Paesi che accolgono rifugiati, mentre vengono loro imposte misure di austerità da parte dei burocrati non eletti dell’Unione Europea. Non può certo stupire che l’opinione pubblica riguardo l’immigrazione di massa in Europa sia negativa, che abbia conseguenze politiche e che stia portando a disordini civili.

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