FT – Donald Trump, l’Italia e la minaccia per la Germania

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FT – Donald Trump, l’Italia e la minaccia per la Germania

A ideale commento del G7 svoltosi in questi giorni in Canada, questo articolo del Financial Times  – al netto del consueto paternalismo verso i popoli che fanciullescamente non sanno giudicare quale sia il proprio interesse e del giudizio positivo sulla bontà dell’euro – mette in chiaro che l’unica nazione che ha tutto da perdere dallo scontro geopolitico che si sta inasprendo tra Stati Uniti e Unione Europea a guida tedesca è la Germania. La Germania deve infatti la propria egemonia alla protezione di Washington, che con la NATO le ha assicurato la sicurezza e con l’Unione Europea le ha garantito non solo la legittimazione politica una volta riunificata, ma anche un mercato “interno” con cui prosperare (grazie a una moneta svalutata, aggiungiamo noi). Se la protezione americana salta e l’Unione Europea può essere fatta definitivamente esplodere dal profondo malcontento italiano, e per giunta si forma un asse tra USA e Italia, alla Germania non rimane altra scelta che perdere tutto o giocare una parte attiva nella rifondazione della UE su una base più collaborativa ed equilibrata – tristemente, a differenza dell’”ingenuo” commentatore, noi temiamo di sapere quale sarà la scelta teutonica.

di Philip Stephens, giovedì 7 giugno 2018

Fino ad oggi, Berlino aveva importato stabilità dai suoi vicini e alleati.

Oggi l’Italia è governata da populisti euroscettici; Polonia e Ungheria da nazionalisti autoritari. La Gran Bretagna arranca verso una infelice Brexit; in Spagna una nuova coalizione di governo affronta i separatisti catalani. Nessuno potrebbe accusare gli europei di cercare di nascondere le tensioni e gli strappi nel continente.

La Germania, naturalmente, è l’eccezione. Angela Merkel, la più affidabile, rimane in carica come cancelliera, l’economia sta correndo, con la piena occupazione, e i governi federali e statali stanno battendosi per spendere i ricavi del surplus. Senonché, c’è un problema. La nazione più vulnerabile nel presente subbuglio geopolitico è proprio la Germania.

L’Europa vive il bellicoso unilateralismo di Donald Trump con frustrazione e rabbia. Come può un presidente così pericolosamente assurdo come Trump addirittura presentare le relazioni commerciali transatlantiche come una minaccia alla sicurezza nazionale americana? Gli europei sanno che non c’è nulla da guadagnare dalle ritorsioni alle tariffe americane; ma c’è molto da perdere dall’essere intimiditi fino alla sottomissione. Tutti si troveranno più poveri, in una guerra commerciale.

Nessuno ha da perderci più della Germania. La spaccatura dell’alleanza transatlantica è esiziale per Berlino. Washington è stata il guardiano fondamentale della sicurezza di Berlino, uno dei due pilastri della sua stabilità post-bellica. Non c’è un vincitore più grande all’interno della NATO. Come garante del sistema commerciale aperto, allo stesso modo gli Stati Uniti sono stati promotori della prosperità tedesca. Nessun’altra nazione dipende dall’ordine internazionale regolamentato, che Trump adesso critica.

Perdere la protezione dell’America è un colpo sufficiente per Berlino. La frantumazione della coesione politica ed economica in Europa rappresentata dall’ascesa del populismo avverso alla UE minaccia di demolire il secondo pilastro del successo tedesco. La UE ha fornito la legittimazione politica necessaria che ha permesso la riunificazione tedesca alla fine della guerra fredda. Offre ancora all’industria tedesca il ricco mercato interno che sostiene la sua prestanza economica globale.

È troppo presto per dire se l’anomala coalizione in Italia tra i populisti di sinistra dei Cinque Stelle e i nazionalisti di estrema-destra della Lega possa segnare la fine dell’eurozona. I miei amici italiani prevedono che la coalizione si spezzerà molto prima di avere la possibilità di rompere la UE. Forse. Ma sarebbe imprudente essere compiacenti sul futuro dell’euro.

Nell’ultima crisi dell’euro è sempre sembrato probabile che la moneta unica sarebbe sopravvissuta. Anche se eminenti economisti si mettevano in fila giorno per giorno per prevederne la fine, i politici puntavano nella direzione opposta. Le nazioni creditrici e quelle debitrici erano unite nel giudicare troppo alto il costo dell’uscita. Inveire contro Bruxelles e Berlino era un’altra cosa; i manifestanti che hanno riempito le strade di Atene non chiedevano il ritorno alla dracma.

Più recentemente, il punto di vista di Berlino è stato che il pericolo maggiore per la UE viene dall’immigrazione incontrollata anziché da un’unione monetaria squilibrata. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha spinto per una crescente cooperazione all’interno dell’eurozona, la Germania ha cercato di concentrarsi su un approccio a livello europeo per gli immigrati.

La Merkel non si è scusata per l’apertura delle frontiere tedesche a un milione di rifugiati nel 2015. Ma, dopo il successo del partito di estrema destra Alternativa per la Germania nelle elezioni del 2017, ne ha elaborato le conseguenze. Ha fatto la cosa giusta, me è stata una decisione da non ripetere mai più.

Il pericolo adesso è nella fusione dei due filoni della disaffezione dell’opinione pubblica – il profondo risentimento per l’austerità e il tenore di vita in stagnazione si concilia con la crescente rabbia per il numero di immigrati che attraversa il Mediterraneo. L’euro non ha causato i mali economici dell’Italia, ma ha chiuso le vecchia scappatoia della svalutazione. Aggiungete la disgrazia della geografia che fa dell’Italia un punto di sbarco per gli emigranti e si spiega facilmente uno sbandamento verso gli estremi anti-establishment, di sinistra e di destra.

Una delle lezioni del referendum sulla Brexit è che c’è un livello di disaffezione politica alla quale gli elettori sono disponibili a ignorare il loro presunto interesse economico – concludendo che non hanno più niente da perdere. A questo punto punire le elité assume una logica propria, quasi a prescindere dalle conseguenze. Perdere l’euro devasterebbe i risparmi e il tenore di vita degli italiani. Ma cosa succederebbe se la loro rabbia li portasse oltre questi calcoli?

La Germania dovrebbe preoccuparsi. La repubblica federale ha prosperato come una potenza nella situazione attuale. Una robusta alleanza transatlantica e una UE coesa hanno fornito i bastioni che le hanno permesso una politica estera fondamentalmente passiva. In termini rudi, la Germania è stata un “beneficiario” – importando stabilità da vicini e alleati.

Adesso, il disconoscimento da parte di Trump della guida statunitense rispecchia le divisioni aperte all’interno della UE. Se Berlino vuole tenersi stretti i suoi guadagni, dovrà dare un contributo positivo all’ammodernamento delle regole e delle strutture dalle quali dipende. Il rischio è non fare nulla.

In una intervista recente al Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, la Merkel ha mostrato qualche riconoscimento di questa nuova responsabilità. I suoi commenti suggeriscono che Parigi e Berlino possano essere più vicini di quanto molti si aspettassero sulla direzione se non sulla velocità della riforma dell’eurozona. Ma questo può essere solo un inizio.

La Germania non può salvare l’Italia. Può, se lo desidera, riadattare la UE come un alleato invece che come un nemico. Naturalmente ci sono sempre quelli che a Berlino si chiedono: perché dovremmo pagare? La risposta è abbastanza semplice – nell’interesse della Germania.

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