EHOC – Gli squilibri dell’eurozona e le guerre commerciali globali – II Parte

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EHOC – Gli squilibri dell’eurozona e le guerre commerciali globali – II Parte

Concludiamo la traduzione dell’intervento di Stefan Kawalec sugli squilibri commerciali nell’Eurozona, tratto da European House of Cards (qui la prima parte). Kawalec si sofferma sulla inevitabilità della riduzione del surplus commerciale tedesco, e sulla necessità che ciò avvenga in modo graduale. Come dimostrano precedenti storici, un surplus di questo tipo è segno di debolezza anziché di solidità: l’economia tedesca non è in grado di sfruttare le proprie risorse senza attingere alla domanda estera, e quando questa dovesse venire a mancare sarà inevitabile un periodo di recessione e alta disoccupazione.

Di Stefan Kawalec, maggio 2017

Lo smantellamento dell’eurozona potrebbe essere positivo non solo per i membri dell’eurozona in crisi, ma anche per i partner commerciali europei, e per la Germania


 


Uno smantellamento controllato dell’eurozona potrebbe migliorare la situazione dei Paesi del Sud


 


Per poter salvare l’Unione Europea e il mercato unico, bisognerebbe smantellare l’eurozona in maniera ordinata. La segmentazione dell’eurozona condotta attraverso la via più in voga, ossia l’uscita dei Paesi meno competitivi, potrebbe causare fallimenti delle banche e il collasso dei settori bancari in questi paesi. Di conseguenza, alcuni economisti propongono uno scenario differente, secondo cui l’eurozona viene smantellata in maniera opposta, con un’uscita graduale dei paesi più competitivi. (1). In parallelo alla segmentazione dell’eurozona, un nuovo meccanismo di coordinamento tra valute dovrebbe essere messo in atto in Europa, con l’obiettivo di prevenire guerre valutarie e un apprezzamento eccessivo della nuova valuta tedesca.

Questa proposta di segmentazione dell’eurozona aumenterebbe la competitività dei paesi del Sud attraverso una svalutazione monetaria. Alcuni paesi potrebbero avere comunque bisogno di una ristrutturazione del debito.

La dimensione e il costo di questa ristrutturazione sarebbero comunque inferiori rispetto allo scenario in cui questi paesi rimanessero nell’attuale eurozona e le loro economie soffrissero di un livello di attività economica inferiore al loro potenziale e un alto livello di disoccupazione.

Un’Europa con valute nazionali potrebbe avere migliori relazioni commerciali con il resto del mondo


 


Secondo una visione parecchio diffusa, l’UE ha necessità di avere una moneta unica per operare con successo all’interno dell’economia mondiale tra i grandi protagonisti come gli USA, la Cina e l’India. Tuttavia, la moneta unica costringe l’eurozona a sforzarsi disperatamente di generare un surplus commerciale e di partite correnti con il resto del mondo, cosa che potrebbe innescare una guerra valutaria con i principali partner commerciali.

Se i Paesi dell’eurozona tornassero alle loro valute nazionali, legate tra loro con bande di oscillazione flessibili, i deficit commerciali e di partite correnti dei paesi in crisi potrebbero venire eliminati. Si potrebbe ottenere questo risultato bilanciando gli squilibri tra gli attuali membri dell’eurozona, senza generare un grosso surplus dell’eurozona intera, e quindi senza causare un effetto globale negativo sui partner commerciali dell’Europa. Questo meccanismo sarebbe più vantaggioso per i partner commerciali europei rispetto alla “difesa dell’euro a tutti i costi”, nella quale è probabile che l’eurozona crei un surplus commerciale notevole, deprimendo il valore dell’euro.

La Germania eviterebbe di sbattere contro un muro


 


Secondo una visione diffusa, lo smantellamento dell’euro e il ritorno alle valute nazionali avrebbero conseguenze negative per la Germania, perché la nuova valuta tedesca si apprezzerebbe, facendo precipitare il surplus commerciale tedesco o trasformandolo persino in un deficit.  Michel Pettis (2) sostiene tuttavia che l’enorme surplus commerciale e di partite correnti della Germania è insostenibile. Prima o poi la Germania dovrà ricorrere a un processo di riaggiustamento, che ridurrebbe il suo surplus al prezzo di una crescita economica più lenta. La gravità di questo aggiustamento dipenderà dalle circostanze. Se l’aggiustamento dovesse essere imposto da una recessione globale, potrebbe essere molto grave.

Pettis fa riferimento all’esempio della Francia, che nel 1930 aveva un alto surplus commerciale e basso debito. Si pensava quindi che avrebbe resistito bene a una successiva recessione mondiale. Ma le cose andarono in maniera diversa, e la Francia soffrì durante la Grande Depressione degli anni ’30 molto più di altri Paesi.

Un surplus commerciale stabile non è un cuscinetto di protezione per le economie dagli effetti dei peggioramenti delle condizioni economiche. Un surplus permanente è segnale di mancata flessibilità, che riflette l’incapacità dell’economia di dare lavoro ai suoi lavoratori in una situazione di commercio estero bilanciato. Questo stato di cose espone il Paese a un grande rischio. Una grande economia non può contare indefinitamente su un surplus commerciale. Se l’economia stessa non è in grado di auto-ridurre il suo surplus, prima o poi la riduzione avverrà come risultato dei cambiamenti delle politiche dei suoi partner commerciali o dei cambiamenti nella situazione economica mondiale.

Un’economia rigida, troppo dipendente dagli avanzi commerciali, in casi del genere è quella che più facilmente subirà un duro impatto, che si tradurrà in una recessione e in un aumento della disoccupazione. In questo momento, il rischio di un duro risveglio minaccia l’economia cinese, cosa che produce preoccupazioni e ansietà nel resto del mondo. Un giorno, la possibilità di un duro risveglio minaccerà anche la Germania, se non riuscirà a ridurre da sola il proprio avanzo commerciale.

Vale la pena di analizzare dalla prospettiva tedesca la differenza tra due modi di ridurre il surplus commerciale e di partite correnti: (a) bilanciare gli squilibri tra gli attuali membri dell’eurozona ritornando alle valute nazionali e permettendo aggiustamenti di cambio all’interno di bande di oscillazione (opzione qui sostenuta), rispetto a (b) ridurre gli squilibri attraverso l’espansione fiscale e l’aumento degli stipendi tedeschi (opzione che verrà confutata nella seconda parte di questo articolo).

Entrambi i metodi hanno come risultato atteso l’aumento dei salari tedeschi, se considerati nella valuta dei loro partner commerciali esteri. Tuttavia, nell’opzione (a) questo avverrebbe con l’apprezzamento della nuova valuta tedesca, mentre in (b) avverrebbe tramite l’aumento nominale dei salari tedeschi.

Una grossa differenza tra questi due approcci risulterebbe evidente se, in futuro, i salari tedeschi dovessero diventare non competitivi (cosa che potrebbe essere causata da vari fattori e processi che potrebbero avvenire in Germania o nelle economie dei partner commerciali tedeschi).

In questo caso, nello scenario (a) l’eccessivo aumento dei salari tedeschi rispetto a quelli dei partner commerciali verrebbe automaticamente compensato da un aggiustamento del tasso di cambio. Nello scenario (b), che prevede la permanenza nell’eurozona con salari non competitivi, la Germania sarebbe costretta a una dolorosa terapia di “svalutazione interna”, che potrebbe comportare anni di stagnazione economica e alta disoccupazione.

L’esperienza storica mostra che l’economia tedesca è riuscita a svilupparsi con grande successo, aumentando la produttività e i salari e mantenendo la propria competitività, durante il continuo processo di apprezzamento della moneta.

L’economia tedesca ha dimostrato di saper gestire bene l’apprezzamento della propria moneta, a patto naturalmente che questo avvenga all’interno dei limiti delle differenze di aumenti di produttività rispetto ai suoi partner commerciali. Tuttavia, negli ultimi 60 anni, a dispetto di un trend molto forte di apprezzamento della valuta tedesca rispetto a quella statunitense, ci sono stati anche episodi di deprezzamento. Gli aggiustamenti valutari in entrambe le direzioni hanno quindi giocato un ruolo importante nel proteggere la competitività dell’economia tedesca. Lo smantellamento controllato dell’eurozona consentirebbe alla Germania di risolvere il problema dell’attuale, persistente surplus commerciale in una maniera più sicura e graduale rispetto agli altri possibili sistemi. La relativa tranquillità di questo processo sarebbe data dalla combinazione di due fattori.

In primis, il processo avverrebbe in una condizione di crescita economica della Germania, grazie alla crescita economica europea causata dalla segmentazione dell’eurozona. In condizioni di crescita economica, una diminuzione del surplus commerciale sarebbe molto meno dolorosa rispetto allo stesso fenomeno in una situazione di recessione globale e collasso del commercio internazionale (come avvenne in Francia negli anni ’30).

In secondo luogo, la rivalutazione della nuova valuta tedesca verrebbe controllata con bande di oscillazione valutarie all’interno di un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee.

La sicurezza di questo processo deriva dal fatto che la Germania riotterrebbe una valuta flessibile, cosa che aiuterebbe il paese a rimanere competitivo indipendentemente dai futuri cambiamenti nei costi relativi e nelle fluttuazioni della situazione internazionale. Perciò – come abbiamo spiegato sopra – la riduzione del surplus commerciale attraverso gli aggiustamenti del cambio della nuova valuta tedesca è più sicura rispetto a ottenere lo stesso risultato attraverso la crescita nominale dei salari tedeschi all’interno dell’attuale struttura dell’eurozona.

NOTE

  1. (1) European Solidarity Manifesto, Bruxelles, 24 gennaio 2013, http://www.european-solidarity.eu/.










  1. (2) Michael Pettis, Il grande riequilibrio: commercio, conflitto e il pericoloso futuro dell’economia mondiale, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2013.

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