#Brexit: Londra ha davvero offerto 40 miliardi? Inizia il teatrino in salsa europea

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#Brexit: Londra ha davvero offerto 40 miliardi? Inizia il teatrino in salsa europea
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La lettera che ha sancito l'addio del Regno Unito all'Unione Europea è stata consegnata al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk lo scorso 29 marzo. Da allora, si potrebbe dire, è andato in scena il teatro dell'incertezza e del lavoro diplomatico "dietro le quinte". Da un lato i burocrati dell'UE si sono preoccupati di appendere la missiva in una teca, come un cimelio, tra le pareti delle istituzioni. Dall'altro Theresa May sembrerebbe, almeno apparentemente, in totale confusione. Non stupisce, dunque, che sia uscita la notizia, poi smentita, dell'offerta di Londra (40 miliardi di Euro) per iniziare a trattare su molteplici aspetti.

Quel che è certo, però, è che il conto alla rovescia è iniziato: due anni - a partire dal 29 marzo 2017 - per cercare un "divorzio consensuale". Ventiquattro mesi di negoziati che, accanto alle scaramucce politiche e alle fughe di notizie, dovranno affrontare questioni quali la riduzione del mercato unico, il probabile dislocamento del centro delle operazioni finanziarie della UE (fino ad oggi concentrate nella City) ma, in primis, la questione del trattamento e dei diritti dei cittadini UK in UE e di quelli UE in UK.

Per altri aspetti la situazione potrebbe sembrare più semplice, come nel caso della cooperazione giudiziaria a cui il Regno Unito già oggi partecipa solo in minima parte; anche qui però si pone ad esempio la questione - tutt'altro che secondaria in un mondo caratterizzato dalla minaccia terroristica - della condivisione delle informazioni di intelligence. Ma c'è un punto che non va tralasciato: che misura e che valore si può dare oggi alla cosiddetta solidarietà europea se già alcune figure apicali dell'UE si prefiggono - pare da alcune dichiarazioni - di punire il Regno Unito per aver invocato l'articolo 50?

Perché fatte salve le procedure tecniche, la partita peggiore che l'UE potrà giocare sarà quella di una "hard Brexit" punitiva, volta a scoraggiare altri paesi europei dal seguirne l'esempio. Oggi, infatti, l'Europa (ovvero Commissione europea, Consiglio e Parlamento europeo) non gode di grande stima ed appare come una gigantesca macchina burocratica e opaca, colpevole inoltre di sovvertire e indebolire pesantemente - soprattutto in campo economico - le sovranità nazionali. Insistere sulla via delle punizioni potrebbe addirittura accelerarne la disgregazione; negare gli evidenti problemi che questi tecnocrati sono riusciti a generare - in primis l'imposizione della moneta unica secondo regole assolutamente ed evidentemente penalizzanti - corrisponderà a gettare altro sale su una ferita che fa già soffrire 500 milioni di cittadini europei.

La posizione ufficiale del Parlamento europeo, per quello che può contare, sembrerebbe il preludio a un faticosissimo lavoro diplomatico che dovrà trovare una delicata ed equa sintesi tra tutela degli interessi dei cittadini britannici e quella dei cittadini europei (tra cui noi italiani). Complicatissimo perché già dalla posizione espressa da Strasburgo non si evince alcun mea culpa formale da parte dell'Europa. Come a dire: è sempre colpa degli altri.

Aspettiamoci quindi grandi titoli e grandi notizie "fuoriuscite" e poi smentite, almeno fino a marzo 2019. Probabilmente, nonostante i "grandi burocrati" capaci di tutto (o forse di niente), il vero accordo lo si troverà all'ultimo giorno e secondo disponibile. In pieno e assurdo stile europeo.

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