Brexit: la professione economica ha sbagliato

Brexit: la professione economica ha sbagliato

Le previsioni catastrofiche sulla Brexit, diffuse a martello prima del referendum, erano basate su studi sostanzialmente scorretti, che hanno applicato modelli poco realistici con disinvoltura eccessiva, e hanno sempre sbagliato nel senso di esagerarne i possibili danni. Non che noi o i nostri lettori ne dubitassimo, ma ora lo sostengono in un working paper anche due economisti di Cambridge, che riassumono i loro risultati sul blog Brexit della London School of Economics. E si dicono preoccupati per la perdita di credibilità che minaccia la professione economica (mainstream, aggiungiamo noi). Comunque è un filo tardi per preoccuparsi. Come scrisse Roger Bootle sul Telegraph: “Quando innumerevoli economisti, inclusi dei Nobel, si sono uniti alla massa… di chi metteva in guardia contro le conseguenze negative della Brexit… se avessi ancora avuto dei dubbi sul fatto che dovevamo uscire, questo me li avrebbe tolti”.


 


 


 


di Ken Coutts, Graham Gudgin e Jordan Buchanan, 8 marzo 2018

 Alcune delle previsioni più ampiamente citate sugli effetti economici della Brexit si basano su analisi scorrette, in particolare quelle sull’andamento dell’economia nel Regno Unito dopo l’adesione alla CEE, e quelle sul legame tra commercio e produttività, scrivono Ken Coutts, Graham Gudgin (Università di Cambridge) e Jordan Buchanan (Centro di politica economica dell’Università dell’Ulster). Per restituire al pubblico la fiducia nelle previsioni degli economisti sulle principali questioni politiche,questi devono utilizzare analisi più attendibili, basate su un ventaglio più ampio di prove.

Il dibattito sulla Brexit è stato distorto da diversi miti. Uno dei più persistenti e ampiamente ripetuti è quello che riguarda il miglioramento delle prestazioni economiche del Regno Unito dopo l’adesione alla CEE nel 1973. Un argomento sostenuto dall’OCSE e regolarmente ripetuto dai media durante la campagna referendaria sulla Brexit.


Anche il legame tra commercio e produttività esercita un’influenza importante sulle valutazioni degli economisti riguardo alle prestazioni economiche del Regno Unito all’interno delle UE e sugli effetti economici a breve e a lungo termine della decisione di lasciare l’UE in seguito al referendum.

Molte di queste valutazioni sono state condotte da dipartimenti governativi e agenzie internazionali. Questi, per stimare gli effetti economici della Brexit sugli standard di vita, si basano su una serie di approcci analitici, tra cui l’uso del modello gravitazionale, di modelli di equilibrio economico generale calcolabili e di modelli di previsione macroeconomica.

Nel nostro working paper, siamo arrivati alla conclusione che gran parte di questi lavori contiene errori di analisi e un uso dei dati che porta a esagerare i costi della Brexit. I modelli gravitazionali sono ben consolidati come tecnica per stimare l’impatto delle aree di libero commercio o delle unioni monetarie, ma richiedono più attenzione di quanta ne sia stata mostrata quando sono stati applicati a un problema specifico come la Brexit.

Il Tesoro è stato particolarmente disinvolto nel suo approccio, sia nella sua applicazione dell’analisi gravitazionale sia nell’affermare l’idea di un effetto a catena dal commercio alla produttività.

Altre organizzazioni sono state un po’ più caute riguardo al legame con la produttività, che a nostro parere per le economie avanzate probabilmente non esiste in misura rilevabile, ma molte lo hanno usato senza farsi molte domande.

Anche a causa di questo, i politici e il pubblico di entrambe le parti prestano pochissima attenzione alle valutazioni sull’impatto economico della Brexit pubblicate al momento del referendum. Il potenziale danno alla posizione negoziale del Regno Unito sulla Brexit potrebbe essere stato limitato dall’indifferenza dei responsabili politici alle valutazioni sull’impatto economico. Ma sebbene il governo britannico abbia lasciato la strada delle ulteriori valutazioni economiche sulle conseguenze della Brexit, i governi decentrati si sono sentiti meno vincolati.

Il sindaco di Londra, come reazione alla riluttanza del governo britannico a pubblicare valutazioni, ne commissionò una a Cambridge Econometrics: questa dimostrò che un approccio di modellizzazione senza il ricorso a modelli gravitazionali o di equilibrio generale dà luogo a risultati più ragionevoli e plausibili. Ma anche così, venne data pubblicità soltanto alla loro previsione più pessimistica sulla Brexit. Cambridge Econometrics non mise sufficientemente in evidenza la loro previsione secondo cui il valore aggiunto lordo pro capite sarebbe cambiato poco in seguito alla Brexit e quindi i media ignorarono il punto.

Il governo scozzese fu molto meno cauto e portò avanti un’analisi che incorporava tutti i difetti delle analisi del Tesoro e del CEP, senza alcuna considerazione delle critiche che erano state pubblicate. Le conseguenze di queste carenze vanno ben oltre la Brexit stessa.

Siamo infatti convinti che sia stata nuovamente danneggiata la credibilità della professione economica nel campo delle previsioni e di alcuni dei principali organi di stampa economica. Ci vorrà più di un decennio per esserne sicuri, ma il fallimento delle previsioni a breve termine mostra che cosa potrebbe accadere. Il fatto che gli errori che identifichiamo puntino tutti nella direzione del pessimismo sulla Brexit, e quindi nella stessa direzione verso cui tendono ideologicamente la maggior parte degli accademici e degli economisti, aumenterà lo scetticismo di molti.
Il rifiuto del Tesoro di discutere il loro approccio, almeno fino a quando la questione è stata trasmessa in Parlamento, è a nostro avviso inaccettabile in una democrazia aperta.

La nostra conclusione è che per ripristinare la fiducia del pubblico nelle previsioni economiche sulle più importanti questioni politiche, come la Brexit, gli economisti devono utilizzare analisi più pertinenti, basate su un ventaglio più ampio di prove. Ci aspettiamo che i modelli econometrici usati da esperti di previsioni commerciali, come Cambridge Econometrics, nel lungo periodo si dimostreranno più accurati. Se è così, la professione accademica deve riconsiderare sia l’opportunità del suo attuale attaccamento a teorie basata su ipotesi non realistiche, sia la qualità generale degli studi di economia applicata che hanno rapporti con la politica.

Qualunque sia la tecnica utilizzata, deve essere gestita con maggiore equilibrio e distacco.

Il CEP nell’esaminare le relazioni del Tesoro è riuscito a pensare solo a cambiamenti che avrebbero reso le previsioni sulla Brexit ancora più pessimistiche. Nelle parole di Oliver Cromwell all’Assemblea Generale della Chiesa di Scozia, i professionisti delle previsioni economiche hanno bisogno di “pensare che si può anche sbagliare”.

La nostra conclusione è che la maggior parte delle stime sull’impatto della Brexit, sia a breve sia a lungo termine, hanno esagerato il suo grado di potenziale danno all’economia del Regno Unito.

Sottolineiamo, a questo punto, che questo lavoro non è sorretto da motivazioni politiche. La maggioranza del team di quattro persone che ha svolto la ricerca per questo e per gli altri nostri articoli ha votato “Remain” nel referendum del 2016 e lo farebbe di nuovo se ne avesse la possibilità. Il nostro scopo è piuttosto quello di stabilire una solida base per il dibattito in corso sul probabile potenziale impatto economico della Brexit e, più in generale, discutere la qualità dell’analisi economica nel trattare importanti questioni di politica macroeconomica, come la Brexit.

Questo è un estratto modificato di ” How the economics profession got it wrong on Brexit “, Working Paper 493, Centre for Business Research, Università di Cambridge, gennaio 2018. Rappresenta il punto di vista degli autori e non quelli del blog Brexit, né della LSE.


Ken Coutts è Assistant Director of Research presso la Facoltà di Economia dell’Università di Cambridge.


Graham Gudgin è ricercatore associato onorario presso il Centre For Business Research (CBR) della Cambridge Judge Business School, Università di Cambridge. È anche visiting professor all’Università dell’Ulster e Chairman dell’Advisory Board dell’Ulster University Policy Center.


Jordan Buchanan è economista presso il Centro di politica economica all’Università dell’ Ulster.

Aggiunti di recente